Repubblica Palermo 15/9/2007
di Marcello Benfante
Fino a pochi mesi fa il nostro riconfermato sindaco magnificava il “rinascimento” palermitano. Di questo nuovo rigoglio culturale, a dire il vero, nessuno si era accorto. E nessuno sapeva in cosa consistesse. Anzi, a dirla tutta, la città sembrava rimorta e frettolosamente seppellita sotto le sue macerie.
Ma almeno si fingeva che ci fosse, questa renaissance. C’era una kermesse squallidina e velleitaria che a malapena gettava qualche barbaglio di luce sulle rovine della Kalsa. O si inaugurava un nuovo spazio museale, incassando anche un a parte di merito che spettava ai predecessori. Poi, il buio.
C’eravamo lamentati del poco, c’eravamo indignati del pessimo, c’eravamo preoccupati del minimo, ed ecco il vuoto, il nulla. Tanto da rimpiangere (si fa per dire... ) la miseria e la mediocrità di certe manifestazioni abborracciate.
Palermo oggi sembra inghiottita dal buco nero dell’insipienza e dell’inefficienza di questa amministrazione.
“Come si può essere siciliani?”, si domandava Sciascia, parafrasando i persiani di Montesquieu. Come si può essere palermitani?
Domanda retorica e ironica, davanti alla quale si spalanca l’abisso di un’assurda diversità. In una delle “Lettere persiane” l’illuminista fa dire a uno dei suoi viaggiatori orientali che ormai la Sicilia “all’infuori dei suoi vulcani, non ha nulla di notevole”. Nulla, se non la potenza del suo fuoco distruttore.
Una simile desertificazione “persiana” sembra prospettarsi in questi tristi giorni: va in fumo il nostro patrimonio boschivo e va in malora quello artistico.
L’ultima notizia suscita più di una perplessità. Cinque importanti istituzioni culturali (il Teatro Libero, il Teatès, il Teatro dell'opera dei pupi di Mimmo Cuticchio, il Teatro Garibaldi e La compagnia di Franco Scaldati) si appellano al Presidente della Repubblica Napolitano per sollevare il loro caso all’attenzione del Paese tutto.
E raccontano in una vibrante lettera, con laconico pudore, con misurata fierezza, la lunga storia di un servizio culturale reso alla città (e non solo) di cui il sindaco e la giunta non vogliono tenere conto.
Cinque spazi e laboratori teatrali rischiano perciò di dover tacere perché la loro arte, la loro sapienza, la loro memoria non sono ritenute dalla classe politica che governa questa nostra infelicissima Palermo un patrimonio indispensabile alla vita civile della città. Alla faccia dello sbandierato (e sedicente) rinascimento culturale, la dotta maggioranza del consiglio comunale non ritiene di dover investire un soldo su teatri e talenti sulle cui forti eppure fragili spalle da Colapesce si regge (per quanto ancora?) una consistente parte dell’identità collettiva.
D’altronde, che farsene del teatro, di quello vero, in questa capitale del malintendere in cui ogni giorno si rappresenta la farsa degli equivoci, il qui pro quo che scambia l’agonia con la resurrezione?
Alla voce “Teatro” del suo “Alfabeto pirandelliano”, Leonardo Sciascia, con una vertiginosa giravolta di rimandi, cita Borges che descrive lo smarrimento di Averroè alle prese con la traduzione della “Poetica” di Aristotele. Il grande filosofo arabo si arena infatti “su due ignote parole”: “tragedia” e “commedia”, termini per noi chiarissimi e scontati, ma di cui “nessuno, nell’ambito dell’Islam, aveva la più piccola idea di quel che volessero dire”.
Come poteva Averroè trovare un corrispondente a queste due semplici parole “se tutto l’Islam non aveva nozione del teatro?”.
Come possono oggi i nostri solerti amministratori sentire la protesta del teatro se non hanno la minima idea di cosa il teatro sia?
Come si può fare teatro a Palermo? Altro teatro, s’intende, da quello di certa politica millantatrice?